BALKANS 4 ever / Jugoslavia

Balkans 4 ever / JUGOSLAVIA  (photo©Alice Bettolo) (ita / eng)

Una strada fatta di cemento, ogni pochi metri un salto tra i blocchi appena accostati, il viaggio in camper aveva per molti chilometri il sapore di un viaggio in treno.  La sosta nei supermercati, gli scaffali quasi vuoti, quella carne in scatola dal gusto indefinibile, i biscotti cioccolato e arancia, il succo di mirtillo. La sagoma di un poliziotto che spunta lungo la strada dritta e polverosa, è una sagoma di cartone, avvisa di non correre, mentre si prosegue verso una città che sorge dal nulla, con i suoi grattacieli squadrati e tutti di uguale forma. Campagna e un bambino seduto sotto ad un albero sorveglia la sua unica capra, una donna passa con un fascio di legna sulla testa, un carretto trainato da mucche pigre riempie la strada.

Sosta in un parcheggio, tra i tir. Una signorina si accosta alla cabina e parla ad un camionista. Io ho dieci anni, domando a mia madre che cosa stia facendo quella ragazza,  la risposta è laconica “Chiede un passaggio” ma io domando ancora, poi come farà a tornare? ci ho messo anni a capire che quella signorina non andava da nessuna parte…
Ricordi di viaggi passati, vacanze su quattro ruote, in un paese che, nell’atlante geografico “de agostini”, si chiamava Jugoslavia.
Ritorno oggi. Ripeto le stesse strade. Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia. Lungo i Balcani cerco di sfuggire a quella che sta diventando una noiosa, saggia, polverosa Europa. Bevo grappa con Robinson, pescatore di fiume dalle cinque mogli, mi racconta in serbo / tedesco la sua storia, la vita racchiusa in un fascio di foto, racconta, sorride, elenca le mogli, beve ancora un po’ di grappa. Ascolto poi di un uomo che ha visto cadere il muro di Berlino, di quando ancora faceva il camionista, era ventenne e viveva con un marco al giorno, oggi ha una mercedes dal muso lungo e una serie indefinita di lavori dei quali è molto orgoglioso.
Ho passato molte frontiere. In alcune mi hanno fermato, hanno fatto domande e guardato con sospetto.  Lungo la mia strada senza meta precisa, attraverso strade secondarie, ho cercato gli odori e le immagini del passato. Ho trovato telefonini e centri commerciali. Ma grattando via la superficie di un territorio che assomiglia all’Europa, c’è ancora la donna con il fazzoletto in testa che zappa il campo e il trattore che riempie la carreggiata, ci sono ancora le tradizioni forti e la gente ti accoglie a cuore aperto.

A road built of concrete, every few steps a jump between the blocks set next each other, the trip with the camper van had the taste of a trip by train. The stop in the supermarket, the almost empty shelfs, that lunch meat of indefinable taste, the cookies orange chocolate, the blueberry juice. The silhouette of a policeman appearing along the dusty straight road, it’s a cardboard shape gives warning not to run, while we move to a city rising from nowhere, with its skyscrapers squared towers and all with the same shape. Countryside and a child is sit under a tree, looking after his only goat, a woman moves with a bundle of wood over the head, a chariot pulled by lazy cows fills the road. Stop in a parking, between the lorries. A young woman approaches the cabin and speaks to the truck driver. I am ten years old, I ask to my mother what that girl is doing, the answer is laconic “She is asking for a lift” but I ask more, how she will come back? it took me years for understanding that the young woman was going nowhere…
Memories of past trips, holidays on the four wheels, in a country which, on the geographic atlas “de agostini” was named Jugoslavia.
I return today. I retrace the same roads. Slovenia, Croatia, Bosnia, Serbia. Riding down the Balkans trying to get away from the boring, the wise, the dusty Europe.
I drink grappa with Robinson, river fisherman, five wives, he narrates me in Serbian / German his story, the life kept in a stack of photographies,  he tells, smiles, makes a list of the wives, tosses off some more grappa. I listen to the story of a man who saw the fall of the Berlin Wall, he was a truck driver, twenty years old, surviving with one mark for day, today he owns a long nose mercedes and an unclear list of works he is very proud of.
I passed through many borders. In some of them I’ve been stopped, they asked me questions, looking on me. Along the little roads I’ve been looking for the scents and the images of the past. I came across mobile phones ad commercial centres. But scratching the surface of a land that looks like Europe, there is the woman with the scarf on the head hoeing the ground and the tractor overfilling the road, there are the strong traditions and people are welcoming whole-hearted.

©Alice Bettolo